Vittorio Zucconi, il volto di un giornalismo che sapeva mettere in scena la realtà

vittorio zucconi

A due giorni dalla morte di Vittorio Zucconi, spentosi a Washington a 74 anni dopo una lunga malattia, non si fermano i ricordi e le lacrime del mondo del giornalismo, né tanto meno quelli di tanti ex giovani giornalisti che in Zucconi, oltre ad un reporter e ad uno scrittore, vedevano anche un maestro.

Aldo Cazzullo, rispondendo ad una lettera inviata da un lettore al Corriere della Sera e in cui ha ricordato il grande impegno di Zucconi nel raccontare quello che stava accadendo nella Russia della Cortina di Ferro, ha scritto che per Vittorio il giornalismo non lo si imparava, né tanto meno lo si insegnava nelle università, ma lo si rubava, senza se e senza ma, un po’ come i discepoli facevano un tempo con gli insegnamenti dei loro maestri:

E noi (allora) giovani cronisti” riporta Cazzullo, “l’abbiamo derubato ogni volta che l’abbiamo incontrato.”

Tanti poi gli episodi connessi a Zucconi, alcuni dei quali molto divertenti, ma quello più significativo è stato senza dubbio quello in cui, rispondendo ai colleghi invidiosi che non avevano il suo talento (loro sostenevano che le notizie se le inventava), venne fuori con la frase “Vi saluto, tra un’ora scrivo dal Wisconsin!”

Certo, Vittorio Zucconi era anche il giornalista che arrivava a sceneggiare la realtà, questo per avvicinarla il più possibile al lettore e per permettergli di toccarla quasi con la mano, anche se si trovava in Francia mentre la notizia arrivava dalla Russia, ma guarda caso, è stato anche l’unico che non ha mai preso una smentita.

Ironico, a volte al limite del sarcasmo, era però anche un professionista sincero, dalla prosa garbata e che, al contrario di molti altri, non ha mai prediletto le mezze verità.

Beppe Severgnini, altra penna de Il Corriere della Sera, ha commentato con tristezza la scomparsa del collega che, anche se scriveva su una testata differente, conosceva molto bene, soprattutto perché nel 1990 a Cortina l’ha aiutato a presentare il suo romanzo d’esordio, Inglesi:

Io ero un ragazzo, lui già una celebrità. La sua generazione, nata negli anni Quaranta, è stata un po’ schiacciata dai mostri sacri degli anni Venti e Trenta, ma non lui. Vittorio Zucconi era un brand, come si dice adesso, e aveva capito come valorizzare sé stesso aiutando, nel contempo, il suo giornale.”

Di Francesca Orelli

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