Quando l’inquinamento degli oceani parte dalla lavatrice di casa nostra

Inquinamento da plastica negli oceani: bottiglie e grossi scarti, ma anche microplastiche. Meno visibili, costituiscono in realtà il grosso del problema.

È intuitivo pensare ai vestiti come fonte di inquinamento una volta giunti al termine della loro vita utile, magari immaginandoli abbandonati in una discarica; ma come rivela una ricerca apparsa su Scientific Reports il 35% di tutte le microplastiche rilasciate nell’ambiente proviene dalla normale procedura di lavaggio dei nostri abiti.

Una stoffa può essere composta da fibre naturali (per esempio cotone o lana), artificiali (raion, viscosa) la cui matrice originale naturale, come la cellulosa, viene trattata chimicamente, oppure sintetiche (poliestere, acrilico), realizzate totalmente in laboratorio. La lentissima degradazione delle fibre sintetiche è un problema noto mentre ancora non è chiaro l’impatto di quelle artificiali, i cui residui sono comunque rinvenuti nella fauna marina.

Gli impianti di depurazione in Italia trattengono oltre l’80% delle microplastiche. Un’efficienza notevole, ma la quantità di scarti riversata nell’ambiente è così grande che ancora non basta.

Il rilascio indesiderato varia in base all’intreccio dei filati: più il tessuto è compatto, meno è facile microframmenti “fuggano” via. Ma questi tessuti sono composti da filati lunghi, meno morbidi di quelli realizzati con fibre corte che riscontrano il favore dei consumatori pur essendo più inquinanti.

Preferire tessuti naturali come lana, cotone, lino? Può essere un aiuto, ma non una soluzione definitiva.
La produzione necessita l’impiego di macchinari ed enormi quantità d’acqua su estesi terreni nonché ampio uso di sostanze chimiche per il trattamento atto a rendere le fibre utilizzabili e in seguito colorarle. Addirittura può essere indispensabile una fase di pretrattamento, al fine per esempio di rimuovere le cuticole di grasso dalla lana. Ulteriori componenti chimici e acqua in abbondanza. Inoltre, la cellulosa stessa pur essendo in sé naturale risulta dannosa laddove si accumuli in quantità eccessive, effettivamente rilevate nei fiumi soprattutto in prossimità degli stabilimenti di produzione.

Sono già disponibili tecniche innovative efficaci ed ecocompatibili, ma vi è l’ostacolo dei maggiori costi di produzione: le industrie sono restie a farne uso perché l’acquirente finale potrebbe non essere disposto a spendere di più in nome della tutela dell’ambiente, pur se in definitiva si tratta della propria salute.

L’impronta ecologica va valutata sull’intero ciclo di vita utile del prodotto, quindi le contromisure più pratiche ed efficaci partono ancora dal buon senso e dalla responsabilità di noi tutti consumatori.

Di Corrado Festa Bianchet

 

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