Risolto il mistero della massa mancante nell’universo?

L’universo si stabilizzò circa un miliardo di anni dopo il big bang. Gli scienziati sono in grado di stimare la massa totale che lo costituiva in quel momento, ma essa non coincide con le misurazioni dell’universo come appare ora.

All’appello manca un terzo della massa prevista. Decisamente non poco!
Da qui la definizione di mistero della massa mancante (materia convenzionale: quello relativo alla materia oscura è un mistero di natura diversa).

Grazie a Chandra, telescopio spaziale della NASA che dal 1999 scandaglia il cosmo nella lunghezza d’onda dei raggi X, potremmo essere di fronte alla soluzione del dilemma.

Un modello teorico suggeriva la maggior parte della massa dell’universo sarebbe “compressa” in una sorta di ragnatela cosmica, filamenti estesi lungo centinaia di milioni di anni luce, i Warm-Hot Intergalactic Medium (WHIM), ovvero Mezzo Intergalattico Tiepido-Caldo. Tiepido si fa per dire poiché per gli astronomi significa al di sotto di 100.000 Kelvin (quasi 100.000 centigradi), caldo al di sopra di tale limite.

I Whim sono tuttavia molto difficili da rilevare. Si cerca quindi di osservarli “controluce”. Ma serve una lampadina molto, molto potente.

La squadra guidata da Orsolya Kovacs del Center for Astrophysics dell’Università di Harvard ha puntato Chandra per cinque giorni in direzione di un quasar, nuclei galattici noti per le massicce emissioni lungo tutte le frequenze sia dello spettro visibile che invisibile.

Con una tecnica statistica in grado di limitare la porzione di raggi X oggetto della ricerca, il team ha analizzato le “distorsioni” nello spettro del quasar dovute a 17 filamenti frapposti lungo la visuale e scoperto che in essi si trova ossigeno sotto forma di plasma (il quarto stato della materia), sottoposto a temperature dell’ordine del milione di gradi.

Secondo una stima basata sulla quantità di filamenti presenti nell’universo e la quantità di gas condensati in essi contenuti stando a queste osservazioni, si ottiene un numero che effettivamente coincide con la materia mancante nell’universo conosciuto.

Lo studio sarà oggetto di approfondimenti anche per via delle tecniche di osservazione utilizzate, indirette, ma confermerebbe altre rilevazioni recenti come quella del team di Fabrizio Nicastro dell’Inaf di Roma (risultati pubblicati su Nature nel 2018), sempre basata sull’osservazione di un quasar ma tramite un approccio diverso.

Di Corrado Festa Bianchet

 

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