Ciccilla: la brigantessa calabrese amata dagli scrittori

La brigamntessa Ciccilla

Giubba e pantaloni da uomo, il classico cappello appuntito dei briganti, la doppietta in mano e un revolver nella cintura, così appariva Maria Oliverio, detta Ciccilla, la brigantessa più famosa di tutto il Meridione.

La brigantessa CiccillaNel 1850 a soli 17 anni Ciccilla sposò Pietro Monaco, capo brigante della Sila. Innamorata dell’uomo e gelosa delle attenzioni che Monaco riservava alla cognata e amante Teresa, Maria Oliverio progettò una vendetta. Una sera del 1853 invitò la sorella a cena con una scusa banale e la uccise con 52 colpi di scure, come lei stessa ammise di fronte al giudice del Tribunale di Guerra della Calabria Ultra nel 1864.

Ma l’uccisione di Teresa non fu l’unico reato di cui la Oliverio venne accusata.

Avendo dato prova di coraggio e crudeltà, Ciccilla entrò a far parte dei briganti del marito. Nella sua nuova vita da brigantessa la donna calabrese commise numerosi sequestri, rapine a mano armata, omicidi, incendi, furti e uccisioni di animali domestici.

Nel 1864, a 32 anni, Maria Oliverio venne catturata, dopo un duro scontro a fuoco che durò ben due giorni e costò la vita di due bersaglieri e uno squadrigliere,

Venne processata a Catanzaro e condannata a morte: l’unica brigantessa italiana a ricevere una condanna di tale portata.

Il re Vittorio Emanuele II le concesse, però, la grazia, dietro richiesta di Nicola Parisio, Giudice della Corte d’Appello di Catanzaro nonché zio di Antonio, uno degli uomini sequestrati dalla donna.

La pena di morte divenne quindi una condanna ai lavori forzati a vita.  Pena che Ciccilla  scontò probabilmente al Forte di Fenestrelle in Piemonte.

La storia di questa brigantessa ha attratto l’attenzione di molti letterati. Non furono solo la sua vita avventurosa, gli intrallazzi e gli intrecci politici legati all’unità d’Italia a incuriosire gli scrittori, ma anche la sua natura giovane e bella e al contempo dura e mascolina.

Il compositore e giornalista Luigi Stocchi volle raccontare l’episodio della morte di Pietro Monaco avvenuta nel 1863. Quel giorno la brigantessa cosentina, per niente spaventata, cercò d’inseguire gli assassini del marito, per poi tornare vicino al corpo esanime dell’uomo. Secondo il racconto di Stocchi, la donna decapitò la testa del marito per evitare che lo facessero i soldati piemontesi, la bruciò in un castagno e fuggì col fratello in Sila.

Lo scrittore verista Nicola Misasi narrò le vicende di Maria Oliverio nel suo libro “In Magna Sila”, una raccolta di novelle dedicata interamente alla Calabria.

Perfino Alexandre Dumas scrisse di Ciccilla e di Pietro Monaco e lo fece il 4 marzo 1864 in prima pagina sull’Indipendente, riportando le loro vicende attraverso un racconto di sette puntate.

Affascinato dalla Calabria, lo scrittore francese si recò in questa terra nel 1835. Visitò in particolar modo Cosenza e i Casali e venne a conoscenza di molte storie sui briganti.

Dumas ne fu affascinato a tal punto che scrisse “La storia del brigantaggio nelle province meridionali” e alcuni romanzi, tra i quali “Mastro Adamo il calabrese” e “Cherubino e Celestino”.

Forse l’idea di scrivere il celebre romanzo “Robin Hood. Il principe dei ladri”, pubblicato postumo nel 1872, gli venne proprio mentre s’interessò alla vita di Pietro Monaco.

Le analogie tra il brigante cosentino e l’eroe inglese non sono poche. Pietro Monaco, dopo aver combattuto al seguito dei Mille, tornò a casa e scoprì di non possedere più le terre da coltivare promesse da Garibaldi.

Senza certezze né futuro l’uomo divenne probabilmente un fuorilegge, proprio come fece Robin Hood, una volta derubato delle sue terre dallo sceriffo di Nottingham. Ma l’eroe inglese è privo, nel racconto di Dumas, della crudeltà e della violenza che caratterizzavano, invece, il fuorilegge calabrese e la sua consorte, tratti che lo stesso Dumas considerò deprecabili.

di Virna Cipriani

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