I tesori della Calabria: la liquirizia e la storia di Amarelli

Liquirizia Amarelli

Liquirizia o liquerizia, regolizia, per qualcuno è la radice dolce. Oro nero, così è chiamata in Calabria, la terra dove la liquirizia trova le condizioni ideali. Non a caso nei primi del ‘900 l’Enciclopedia Britannica definì la radice calabrese come la migliore al mondo.

Ricavata dalla pianta Glycyrrhiza Glabra, la liquirizia era conosciuta e apprezzata già nell’antichità. Frammenti di questa radice furono rinvenuti tra i reperti della tomba di Tutankhamon.

Ippocrate la consigliava per placare la tosse. Plinio il Vecchio ne faceva uso per curare il mal di stomaco e le affezioni alle vie respiratorie.

Chiamata anche cordara dai calabresi, la liquirizia venne portata nella regione dai monaci Benedettini intorno all’anno 1000.

Nel 1776 l’abate di Saint-Non, noto umanista e disegnatore francese, descrisse con minuzia la pratica di estrazione del succo e disegnò l’interno di un opificio di Corigliano Calabro.

Napoleone amò la radice dolce a tal punto da volerla, ogni mattina dopo essersi lavato e vestito, insieme a un fazzoletto e alla sua tabacchiera.

Giacomo Casanova, si racconta, fu solito consumarne un po’ prima di ogni sua avventura amorosa.

Il Made in Calabria e la storia di Amarelli

Il legame profondo e intimo con il territorio è un valore irrinunciabile in Italia. Lo è ancora di più quando si parla di Calabria.

Molte aziende storiche qui hanno saputo valorizzare le ricchezze di questa terra e le hanno esportate poi in tutto il mondo. Tra queste la Amarelli occupa un posto d’onore.

Azienda calabrese che produce liquirizia da ben tre secoli, la sua storia comincia nel 1731 a Rossano Calabro, una terra al contempo complicata e piena di possibilità.

Come molte aziende storiche della Calabria, anche la Amarelli ha cresciuto la sua attività sotto la guida di diverse generazioni. La spinta iniziale è stata data dal Duca di Corigliano, che nel 1715 s’impegnò a far diventare la famosa radice dolce un’importante risorsa economica della regione.

Con questo forte intento nacquero gli stabilimenti per la lavorazione della liquirizia. Il Duca fece installare in Calabria i primi modelli di concio, un laboratorio che serve a “lavorare” la radice grezza, attraverso simile a quello delle pelli.

Museo della liquirizia Amarelli
Foto tratta da Archeologia Industriale

A metà dell’800 la liquirizia Amarelli si diffuse fino all’allora capitale Napoli. Nel 1907 l’azienda compì un passo storico: acquistò un impianto a vapore per preparare la pasta di liquirizia e trasformare la produzione artigianale in industriale.

Nel 1919 Amarelli inaugurò le prime scatoline di latta, quelle che conosciamo oggi, decorate con eleganti grafiche Liberty.

Il Museo della liquirizia Giorgio Amarelli

Il 21 luglio 2001 la famiglia Amarelli ha aperto il museo nell’antico stabilimento produttivo, con lo scopo di raccontare la storia particolare e le vicende dell’azienda, così profondamente legate a questa radice e alla Calabria.

I visitatori possono trovare qui esposti utensili agricoli, macchine per la lavorazione della liquirizia, libri, documenti di archivio, grafiche dell’epoca e le storiche scatolette di metallo. Ma non solo. Anche pregiati cimeli di famiglia, una collezione di abiti antichi da donna, uomo e bambino a dimostrare l’origine familiare di questa azienda, oggi leader nel settore.

Dieci anni dopo l’inaugurazione del museo, nel 2011, è stata aperta una nuova sala, la galleria della modernità e del presente, dedicata all’avvento dell’elettricità, evento che ha rivoluzionato l’intero processo produttivo.

Il museo ha riscosso da subito un enorme successo tanto da ricevere, nel 2001, il Premio Guggenheim Impresa & Cultura. Oggi sono soltanto due i marchi italiani che possono dire di superare le 40.000 visite annue del Museo Amarelli, e sono la Perugina e la Ferrari.

di Virna Cipriani

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