Piccola Clara (quarta puntata)

Trascorremmo l’estate del 1944 al Lido. Non c’erano più la rotonda e le cabine di legno, usate dai pochi rimasti in città per cucinare e riscaldarsi. Era per noi la prima di tante stagioni estive, mentre la guerra infuriava in tutta Europa. Iniziarono le scuole e fu come riprendere il ritmo normale della vita, in un’altra casa, fra viale Bonaria e via Sonnino. Arredata con qualche mobile e le poche suppellettili che babbo era riuscito a recuperare rovistando  nelle macerie. Fra di esse un quadro del salotto, ferito da una scheggia e che ancora conservo. Quando lo guardo provo nostalgia per l’atmosfera del ritorno a casa. Un periodo colmo di speranze. Sento ancora il sapore della pappa americana, delle barbabietole essiccate, dei salamini coi fagioli, del pane fin troppo bianco, dello “scevingum”. Il sapore della pace.

Soltanto diversi anni dopo venni a sapere perché mio padre non aveva fatto la guerra. Ne aveva combattuto un’altra altrettanto dura, in quanto il suo lavoro era un servizio civile. Sapevo che “comandava” gli autobus della SITA, le preziose corriere che arrivavano anche a Laconi. Sapevo altrettanto bene che le bombe cadute a maggio sulla nostra casa, avevano distrutto tutto l’edificio e quindi gli uffici di babbo e molti dei suoi preziosi automezzi. Quel giorno le bombe caddero anche in via Caprera, distruggendo l’officina in cui i “nostri” autobus venivano revisionati, riparati, tirati a lucido, proprio come li voleva babbo per i suoi viaggiatori.

Al suo immediato rientro in città, con l’aiuto spontaneo e generoso di molti dipendenti, cercò di porre in salvo autobus, documenti e quanto era scampato alle bombe. Si recò poi negli ospedali, nelle case distrutte, nelle caserme, negli obitori, al cimitero, in cerca dei suoi.

Ne trovò due morti e diversi mutilati. Controllò ogni ferito, si prese carico dei superstiti e delle loro famiglie. Cercò località sicure in cui trasferire uffici e persone. Nel frattempo fu ospitato, e non solo lui, nel Convento dei Frati Cappuccini, in viale Fra’ Ignazio.

Era uno dei pochi civili in possesso di una malandata auto della Società, che gli permetteva di girare per i paesi per trovare adeguata sistemazione e controllare le altre sedi della SITA fuori Cagliari. Anche le Ferrovie erano state danneggiate, le tratte ancora utilizzabili servivano per trasporti militari.

Constatata la inagibilità di Cagliari, nel periodo bellico 1943-1944, le Autorità ordinarono lo sfollamento obbligatorio. Fu un vero esodo. Nonostante tutto non si verificò mai una totale interruzione di linee di trasporto, solo variazioni di percorso per collegare le località di sfollamento coi centri in cui erano stati trasferiti gli uffici amministrativi militari e pubblici.

Gli autobus della SITA ripresero a viaggiare immediatamente, servizio più che mai necessario per l’evacuazione di senzatetto, feriti, personale pendolare degli uffici pubblici. Nonché della posta come attesta un documento delle Poste in cui si afferma che il direttore della SITA “nel periodo bellico 1943-1944 […] organizzò tempestivamente ed in modo veramente encomiabile una nuova rete di collegamenti nell’Isola consentendo l’effettuazione del più rispondente servizio dei trasporti postali […] Si dà atto che durante il periodo bellico, nonostante le gravi difficoltà del momento, il servizio trasporto effetti postali affidato alla SITA, si svolse con la massima regolarità […]”.

Babbo riportò a Cagliari la “sua” SITA non appena reperì una villa agibile fra via Vittorio Veneto e viale Merello. Era suo compito procurare per i suoi collaboratori anche vitto e alloggio, impresa non facile in quel lungo periodo di privazioni. Per assolvere questa impresa e agire nell’interesse dell’isola e della azienda, i poteri di direttore regionale non gli erano sufficienti.

Non potendo contattare la Direzione aziendale a Firenze, ancora in zona di guerra, chiese al Tribunale Civile di Cagliari, sfollato a Isili, “nell’interesse della Azienda che rappresenta e nell’interesse eventuale di terzi di essere nominato Commissario per la Sardegna della società SITA, a norma del R.Decreto 15/11/1943” e inoltre “chiede che gli vengano concessi i poteri e le facoltà quale Amministratore Delegato a nome e per conto della Società stessa”.

di Clara Spada

tratto dalla pubblicazione per l’Unione Sarda nel 2013 in ricorrenza dei bombardamenti su Cagliari del 1943

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