Piccola Clara (seconda puntata)

Dalla fame ci ha salvato la campagna: l’olio del piccolo uliveto, alberi da frutta, qualche gallina, alcuni conigli, tanta rughetta e molte lumache alle quali, dopo la pioggia, davamo la caccia.

Intanto la guerra era sempre più presente nonostante le poche vere notizie. Nonna non sapeva che uno dei miei zii era in Africa, ma il suo intuito le faceva chiedere notizie a tutti soprattutto quando sul giornale vide una foto di soldati morti. Uno di essi sembrava lui e nonna “prese a lingua” anche me, ma riuscii a non svelare il segreto.

Perduta la guerra in Africa, restammo senza sue notizie finché un giorno arrivò, stravolto, grigio, coi pantaloni sporchi di sangue. Era rientrato in Italia con un aereo traballante poco prima che il suo comandante lo desse per disperso. Gli concesse una breve licenza e, su un aereo della Croce Rossa, atterrò in Sardegna. Durante il volo i soldati accanto a lui erano morti, mitragliati da un attacco nemico. Nonna cercò di rimetterlo in sesto con cucchiaiate d’olio e uova crude. Trascorreva le giornate al sole, seduto, quasi al confine con la campagna vicina. Canticchiava “Notte e dì” cercando di attirare l’attenzione di Rosetta, procace figlia di un vicino, ma non riuscì a sedurla.

Ogni tanto arrivava anche zio Tullio, talvolta portando oggetti  esotici e prezioso caffè vero e zucchero, persino un cedro. Lasciavano in un mobiletto foto e ingenue lettere delle madrine di guerra, per me un tesoro prezioso: ne facevo razzia e sotto il mio ulivo preferito le leggevo avidamente.

Grande tristezza quando finita la licenza ripartivano, ogni volta il pericolo era maggiore. Nonna cercava di nascondere le lacrime mentre li baciava e tutti li accompagnavamo fino al viottolo. Poi nonna, sorridente per noi, ci raccontava favole buffe alla luce fioca della lampadina, mentre sedute intorno al braciere arrostivamo ceci e castagne, profumando la stanza con scorze d’arancia che ardevano tra le braci. Per cena il miggiuladdu, tenuto al caldo avvolto in una coperta. Era nonna che cucinava il poco che c’era, talvolta soltanto un cavolfiore. Mamma si ingegnava a fare il sapone con la sugna di cavallo e altri strani ingredienti, una poltiglia grigiastra che metteva ad asciugare al sole dentro un cassetto. Riusciva a fare anche sandali con la suola di sughero e caldi colorati golfini con avanzi di lana.

Nei primi mesi del 1943 Cagliari subì diverse incursioni delle fortezze volanti americane, con bombardamenti e mitragliamenti che distruggevano e uccidevano.

In febbraio mamma e io tornammo in città per imballare e salvare tutto il possibile. Niente spazio per i miei libri che nascosi nel fondo di un armadio. Partimmo all’improvviso lasciando ogni cosa: si era saputo di nuove incursioni. Dopo un viaggio interminabile, interrotto da mitragliamenti, posti di blocco, controlli, giungemmo a Sassari. Avevo viaggiato abbracciata a un enorme prosciutto, prezioso dono di amici galluresi. Babbo rientrò subito al lavoro e noi al sicuro da nonna.

Tornò un sabato per uno strano impulso che gli salvò la vita: sulla nostra casa erano cadute venticinque bombe. La notizia del nuovo bombardamento ci arrivò nel pomeriggio. Ricordo il sorriso di mamma che, stringendo il braccio di mio padre, disse “ Grazie a Dio siamo sani e salvi!”. Avevamo perso tutto e mia sorellina chiese: anche i costumi da bagno? Pensando ai miei libri in fumo scoppiai a piangere. Babbo partì immediatamente. Era suo compito salvare i documenti dell’ ufficio, cercare i suoi impiegati, riparare i danni per quanto possibile.

All’altezza della Stazione vide un uomo che fuggiva con le nostre valigie: da una svolazzava un lembo del velo da sposa di mamma. Sassari non subì bombardamenti eccetto alcune incursioni aeree e spezzonamenti. Eravamo a pranzo quando sentimmo zia Rina chiamare il nostro cuginetto. Forse è arrivata l’auto di babbo, pensammo, e ci precipitammo verso il poggiolo.

di Clara Spada

tratto dalla pubblicazione per l’Unione Sarda nel 2013 in ricorrenza dei bombardamenti su Cagliari del 1943

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