Piccola Clara (prima puntata)

Non ho ricordi precisi dell’inizio della guerra e neppure ne capivo il significato: in piazza i bambini giocavano con fucili di legno, facevano finta di sparare urlando boom e il “nemico” doveva cadere a terra. Noi bambine stavamo a guardarli finché, provocate, intervenivamo a morsi e calci e finivamo per vincere. Della vera guerra mi è rimasto il ricordo del suo colore. Grigio.

Grigi gli anelli di ferro che i miei genitori  – le loro fedi nuziali d’oro “donate” alla patria – non hanno mai messo né in seguito sostituito. Grigi i sacchetti di sabbia dell’androne di casa e dei portici di via Roma, grigie le bombe, grigi i rifugi in cui, di notte, al suono delle sirene, ci portavano in braccio, strappate dal sonno, avvolte in grigie coperte.

Il grigio dei bunker, il grigio delle divise, grigie le tessere annonarie, grigi i rigagnoli che colavano dai lavatoi di pietra in cui, in campagna, con l’acqua del pozzo, si lavavano i panni. Non chiedevamo spiegazioni, tutto sembrava normale, anche il gracchiare della radio con notizie di vittoria.

Sono un prodotto di guerra, imprinting che mi accompagna nella vita coi suoi insegnamenti un po’ di maniera, ma con sani principi e propensione al rispetto per le piccole cose. Ho vissuto, nonostante le privazioni, un’infanzia felicemente libera in campagna da mia nonna e a Laconi nell’ultimo periodo di sfollamento.

Ero una bambina appariscente, dal carattere aperto e socievole anche se mia madre mi riteneva prepotente e mi sgridava, in pieno “bieco ventennio”, chiamandomi fascista.

Il primo grande cambiamento della mia vita ha coinciso con la nascita delle mie sorelle, il trasferimento di mio padre, lo scoppio della guerra. Rammento grandi trambusti: dopo Sassari eccoci a Cagliari, al Poetto, in una casa buia e umida, grigia, nonostante fosse agosto.

A settembre in via Pola con ingresso già protetto da sacchetti antischegge, in attesa che terminassero la casa definitiva accanto all’ufficio di mio padre, in piazza della Stazione, fra le Ferrovie e il porto.

Bella quella estate al Lido in uno degli appartamenti che svettavano tra le cabine. In spiaggia da mattina a sera, castelli di sabbia e tuffi dalle travi sotto la rotonda. Un giorno arrivò in licenza zio Ennio: aveva un grammofono a manovella e dischi di musica jazz allora proibita.

A ottobre a scuola, all’Asilo Marina. Nel pomeriggio giocavamo in piazza del Carmine, scatenate in gare di corsa, palla prigioniera, aiuto-sorella. Nella nuova casa si giocava nel giardinetto della Stazione, intorno alla vasca coi pesci rossi che si nascondevano sotto le ninfee. Con mamma andavamo al cinema, più spesso all’Eden, il “Pidocchietto”, con il corridoio con gli specchi deformanti, e la guerra era ancora lontana.

Questo periodo sereno terminò col mitragliamento dei francesi e primo sfollamento a Tuili, che per fortuna fu breve. La casa grigia che ci ospitava non aveva luce né acqua, in compenso ogni notte colonne di formiche saccheggiavano la nostra riserva di riso. Meglio la campagna di nonna.

Intorno a noi vaghi echi di battaglie, eppure quella vita sempre più colma di privazioni ci sembrava naturale. I miei zii erano in Jugoslavia, Grecia, Africa mentre mio padre stava a Cagliari. Pensavo che in guerra andassero soltanto i giovani e non i babbi che dovevano lavorare. La guerra diventò sempre più pressante e a casa di nonna eravamo una folla: al pianterreno una famiglia di cinque persone, in una cameretta di lato mia zia e mio cuginetto scappati da Napoli, noi al primo piano in sette.

Quando arrivava mio padre o uno dei miei zii in licenza, dormivo su due sedie, che quasi sempre si scostavano facendomi cadere per terra nel bel mezzo del sonno. Nella ex rimessa c’era un cugino con moglie e quattro figli mentre in una stanzetta stava il vecchio contadino di nonna. Noi bambini eravamo una vera banda, liberi, sporchi, felici, pronti a mangiare qualsiasi cosa, “pabanzolu e succiosa”, frutta acerba, olive secche.

di Clara Spada

tratto dalla pubblicazione per l’Unione Sarda nel 2013 in ricorrenza dei bombardamenti su Cagliari del 1943

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